Tari: regime di applicabilità alle aree portuali

Tari: regime di applicabilità alle aree portuali

Con il Parere n. 2754 del 4 novembre 2019, il Consiglio di Stato si è espresso circa l’applicazione della Tari alle aree portuali. In particolare, i Giudici rilevano che il presupposto per l’applicazione del Tributo è l’occupazione o la detenzione di locali e aree scoperte a qualsiasi uso adibiti. Le uniche aree non assoggettabili ad imposizione sono i locali e le aree che non possono produrre rifiuti per la loro natura o per il particolare uso cui sono stabilmente destinati o perché risultino in obiettive condizioni di non utilizzabilità nel corso dell’anno, sempre che queste circostanze siano indicate nella Denuncia originaria o di variazione e debitamente riscontrate in base ad elementi obiettivi direttamente rilevabili o ad idonea documentazione. Tra i locali e le aree che non possono produrre rifiuti per la natura delle loro superfici rientrano quelli situati in luoghi impraticabili, interclusi o in stato di abbandono. Sono sottratti all’imposizione solo i locali e le aree che sono oggettivamente inutilizzabili o insuscettibili di produrre rifiuti, e non quelli lasciati in concreto inutilizzati.

Pertanto, anche la scelta soggettiva del titolare di non usare l’immobile non assume alcuna rilevanza. La legge prevede dunque una presunzione relativa di produzione dei rifiuti che ammette la prova contraria. La sussistenza delle condizioni che fanno venir meno la presunzione di legge della potenziale produzione di rifiuti deve essere provata dal contribuente e riscontrabile da parte dell’Amministrazione. Con riferimento alle aree portuali, sono tassabili in linea di principio, sia le superfici liquide (i mezzi natanti che sostano su queste aree producono rifiuti che una volta riversati sulla terraferma, al momento della sosta nel Porto, devono essere smaltiti dai Comuni), sia le superfici solide (banchine e pontili galleggianti in quanto aree scoperte idonee a produrre rifiuti). Le banchine portuali sono invero aree (scoperte) operative esterne, e non pertinenziali, in quanto aree indispensabili per accedere ai posti barca sulle quali operano gli ormeggiatori, transitano i diportisti, vengono eseguiti i lavori di manutenzione delle barche e degli impianti di distribuzione dei servizi ai natanti ormeggiati e sono depositati gli attrezzi necessari all’ormeggio dei natanti. L’evidente e innegabile presenza umana costituisce idoneo presupposto per la produzione dei rifiuti. La giurisprudenza ha chiarito che si qualificano aree scoperte, costituenti il presupposto per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, tutte le estensioni spaziali utilizzate da una comunità umana, a prescindere dal supporto solido o liquido di cui la superficie è composta e del mezzo terrestre o navale di cui ci si avvale per effettuare l’occupazione. Infatti, come già detto sopra, il presupposto della Tassa rifiuti solidi urbani è l’occupazione o detenzione di locali e aree scoperte a qualsiasi uso adibiti. In definitiva, banchine e pontili sono aree scoperte operative e non pertinenziali.

In tale senso, l’art. 2, comma 1, lett. a) del Dpr. n. 509/1997 definisce:

a) “Porto turistico” ovvero il complesso di strutture amovibili ed inamovibili realizzate con opere a terra e a mare allo scopo di servire unicamente o precipuamente la nautica da diporto ed il diportista nautico, anche mediante l’apprestamento di servizi complementari;

b) ”Approdo turistico”, ovvero la porzione dei Porti polifunzionali aventi le funzioni di cui all’art. 4, comma 3, della Legge n. 84/1994, destinata a servire la nautica da diporto ed il diportista nautico, anche mediante l’apprestamento di servizi complementari;

c) “punti d’ormeggio”, cioè le aree demaniali marittime e gli specchi acquei dotati di strutture che non importino impianti di difficile rimozione, destinati all’ormeggio, alaggio, varo e rimessaggio di piccole imbarcazioni e natanti da diporto.

Peraltro, i Giudici pongono in evidenza che è nella facoltà delle Amministrazioni comunali adottare diversi parametri di tassazione per le imbarcazioni a seconda della tipologia del Porto e dei periodi di permanenza dei natanti in porto. Non v’è dubbio che la maggiore complessità strutturale che caratterizza il Porto commerciale rispetto al Porto turistico conduce a dedurre ragionevolmente che le attività svolte nel Porto commerciale sono caratterizzate da una potenzialità di produzione di rifiuti più elevata rispetto al Porto turistico. Quindi, logica impone che anche la tariffa applicabile alle diverse tipologie di Porti deve essere diversa. Alla maggiore capacità di produzione dei rifiuti deve corrispondere così una maggiore tassazione. E tanto, vuoi se si acceda al calcolo della tariffa mediante il c.d. “metodo normalizzato”, vuoi che vi si acceda secondo il più generale e immanente Principio di matrice comunitaria per cui “chi inquina paga” (esatta corrispondenza tra quantità e qualità di rifiuti prodotti e tariffe applicate), corollario del quale è il Principio di proporzionalità della tariffa. Infine, i Giudici osservano che il Porto turistico in realtà poco ha in comune con il Porto commerciale, sia sul piano funzionale che ontologico. E invero, la struttura portuale di tipo turistico potrebbe essere piuttosto assimilabile – per omogeneità funzionale – alle strutture ricettive, come Campeggi e Parcheggi (molti Comuni classificano tali Porti nella suddetta categoria).

Tuttavia, la Corte di Cassazione, con la storica Sentenza n. 13794/2005 concernente le Piattaforme petrolifere, ha affermato che:

– i posti barca in Porti turistici, così come gli Stabilimenti balneari, vanno classificati nel Gruppo catastale “D” (unità immobiliari a destinazione speciale) e precisamente nella Categoria “D/12”;

– lo specchio acqueo e il costo di costruzione del posto barca sono oggetto di valutazione, in quanto nel calcolo del valore catastale di un Porto turistico (classificabile nella Categoria catastale “D/9”) vanno ricompresi anche gli specchi d’acqua antistanti al Porto e ai singoli posti barca, i quali sono censibili catastalmente in ragione della loro stabile autonomia funzionale e reddituale.

Diversamente i Porti commerciali, la cui composita struttura – che può comprendere le operazioni e i servizi portuali, le relative infrastrutture stradali e ferroviarie, i depositi funzionali alle operazioni e servizi portuali, le banchine e le aree scoperte dei medesimi porti adibiti al servizio passeggeri – realizza nel suo complesso una entità immobiliare a “destinazione particolare” che lo stesso Ministero dell’Economia e Finanze censisce nella Categoria catastale “E” (unità immobiliari a destinazione particolare) e precisamente nella Categoria “E/9”; se poi si tratta di Porti commerciali di rilevanza economica nazionale e internazionale, censiti nel Gruppo catastale “E/1” anche se affidati in concessione a privati.

In conclusione, il soggetto gestore del Porto è obbligato al pagamento della Tari, sia per gli spazi acquei destinati all’ormeggio delle imbarcazioni che per le banchine e i pontili, e i Comuni non possono applicare la stessa tariffa dei Porti turistici a quelli commerciali.


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