Tarsu: determinazione della Tassa in caso di produzione di rifiuti da imballaggi terziari e secondari

Tarsu: determinazione della Tassa in caso di produzione di rifiuti da imballaggi terziari e secondari

Nella Sentenza n. 14414 del 9 giugno 2017 della Corte di Cassazione, una Società impugnava un avviso di accertamento in materia di Tarsu relativo agli anni d’imposta dal 2002 al 2006, sostenendo di non essere tenuta a pagare la Tassa in quanto nei locali adibiti a magazzino venivano prodotti solamente rifiuti consistenti in imballaggi terziari che erano recuperati e smaltiti dalla stessa contribuente. Inoltre, dal mese di gennaio 2004 l’attività era stata trasferita in altri locali.

La Suprema Corte rileva che il quadro normativo nel quale si inquadra la fattispecie in esame (anni 2002, 2003 e 2004) è costituito dal Dlgs. n. 507/93 e dal Dlgs. n. 22/97.

Con il primo è stata:

– istituita la Tassa per il “Servizio di smaltimento dei rifiuti solidi urbani interni”, svolto in regime di privativa dai Comuni;

– disciplinata la attivazione del “Servizio di raccolta e di smaltimento” prevedendo che se il “Servizio di raccolta”, sebbene istituito ed attivato, non è svolto nella zona di esercizio dell’attività dell’utente, o è effettuato in grave violazione delle prescrizioni del relativo Regolamento, il Tributo è dovuto in misura ridotta;

– prevista, circa il presupposto della Tassa, che la stessa “è dovuta per l’occupazione o la detenzione di locali ed aree scoperte a qualsiasi uso adibiti, esistenti nelle zone del territorio comunale in cui il servizio è istituito ed attivato o comunque reso in maniera continuativa nei modi previsti dagli artt. 58 e 59”, e che “nella determinazione della superficie tassabile non si tiene conto di quella parte di essa ove per specifiche caratteristiche strutturali e per destinazione si formano, di regola, rifiuti speciali, tossici o nocivi, allo smaltimento dei quali sono tenuti a provvedere a proprie spese i produttori stessi in base alle norme vigenti. Ai fini della determinazione della predetta superficie non tassabile il Comune può individuare nel Regolamento categorie di attività produttive di rifiuti speciali tossici o nocivi alle quali applicare una percentuale di riduzione rispetto alla intera superficie su cui l’attività viene svolta” (art. 62, commi 1 e 3).

Il Dlgs. n. 22/97 è stato emanato in attuazione delle Direttive 91/156/Cee sui rifiuti, 91/689/Cee sui rifiuti pericolosi e 94/62/Ce sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio.

Nel caso di specie risulta non controverso che la contribuente ha prodotto rifiuti da imballaggi terziari e che ha provveduto in proprio allo smaltimento di essi. Per gli imballaggi terziari è stabilito il divieto di immissione nel normale circuito di raccolta dei rifiuti urbani, vale a dire il divieto di assoggettamento al regime di privativa comunale, mentre per gli imballaggi secondari è ammessa solo la raccolta differenziata da parte dei commercianti al dettaglio che non li abbiano restituiti agli utilizzatori. Ciò non comporta però che tali categorie di rifiuti (imballaggi terziari) siano di per sé esenti dalla Tarsu, ma che ad esse si applica la disciplina stabilita per i rifiuti speciali, che è quella dettata dall’art. 62, comma 3, del Dlgs. n. 507/93, il quale rapporta la Tassa alle superfici dei locali occupati o detenuti, stabilendo l’esclusione dalla Tassa della sola parte della superficie in cui, per struttura e destinazione, si formano esclusivamente i rifiuti speciali.

Nel caso di imballaggi secondari è invece previsto, dall’art. 21, comma 7, del “Decreto Ronchi”, l’esonero dalla privativa comunale qualora sia provato l’avviamento al recupero. In tal caso, l’operatore economico ha l’onere di dimostrare l’effettivo e corretto avviamento al recupero attraverso valida documentazione comprovante il conferimento dei rifiuti a soggetti autorizzati a detta attività in base alle norme del Dlgs. n. 22/97 e si determina allora, non già la riduzione della superficie tassabile, prevista dall’art. 62, comma 3, del Dlgs. n. 507/93, per il solo caso di produzione di rifiuti speciali (non assimilabili o non assimilati), bensì il diritto ad una riduzione tariffaria determinata in concreto, a consuntivo, in base a criteri di proporzionalità rispetto alla quantità effettivamente avviata al recupero. Ciò posto, secondo i Giudici di legittimità, va messo in evidenza che l’art. 62, comma 3, Dlgs. n. 507/93, prevede che, “ai fini della determinazione della predetta superficie non tassabile il Comune può individuare nel Regolamento categorie di attività produttive di rifiuti speciali tossici o nocivi alle quali applicare una percentuale di riduzione rispetto alla intera superficie su cui l’attività viene svolta”.

Nel caso di specie, il Comune ha affermato che, secondo il Regolamento comunale, la tariffa Tarsu è stata calcolata applicando coefficienti che tengono conto della potenziale produzione di rifiuto urbano ed assimilato delle varie attività raggruppate in classi omogenee senza che su di esse si ripercuota la gestione degli imballaggi terziari.

Dunque, in conclusione, la Suprema Corte chiarisce che la norma di cui all’art. 64, comma 4, del Dlgs. n. 507/92, deve essere intesa nel senso che, pur in caso di omissione della presentazione della denuncia di cessazione nell’anno in cui questa è avvenuta, la Tassa non è comunque dovuta, per gli anni successivi a quello in cui tale evento si è verificato, qualora:

  1. a) l’utente presenti denuncia tardiva di cessazione (comunque non oltre il termine di 6 mesi dalla notifica del ruolo, ex 75, comma 2, e fornisca la prova di non aver effettivamente continuato, dalla data indicata, l’occupazione o la detenzione;
  2. b) oppure, anche a prescindere dalla produzione della denuncia tardiva, risulti che la Tassa è stata assolta dal soggetto che è subentrato, a seguito di denuncia o di iscrizione a ruolo d’ufficio a suo carico.

In sostanza, nel rispetto del presupposto impositivo della Tassa, è consentito al soggetto che ha omesso di presentare la denuncia di cessazione tempestivamente (cioè nell’anno stesso in cui essa si è verificata) di ottenere lo sgravio o il rimborso del Tributo qualora presenti la denuncia entro 6 mesi dalla notifica dell’iscrizione a ruolo e dia la prova della cessazione, ovvero il Tributo stesso sia stato pagato dall’effettivo nuovo occupante o detentore.

In un caso e nell’altro l’esonero dal Tributo, come si evince chiaramente dalla ratio della disciplina, ha effetto dall’anno successivo a quello nel corso del quale si è verificata la cessazione, ferma rimanendo la debenza della Tassa per l’intero anno in cui è avvenuta la cessazione, restando ovviamente esclusa l’applicabilità del sopra citato art. 64, comma 3, che prevede, ma solo in caso di denuncia tempestiva, il detto “abbuono” del Tributo a decorrere dal bimestre successivo alla presentazione della stessa.

Ne consegue che, nel caso di specie, la contribuente, la quale non ha presentato tempestiva denuncia di cessazione, è tenuta al pagamento della Tassa per l’intero anno 2004, conformemente a quanto preteso dal Comune, benché abbia utilizzato i locali solo per alcuni mesi di tale anno.


Related Articles

Concorsi pubblici: il termine per impugnare gli atti decorre dalla data in cui è stato reso noto l’esito

Nella Sentenza n. 607 del 21 settembre 2017 del Tar Basilicata, un dipendente comunale impugna gli atti di approvazione della

Le cause di inconferibilità nei gruppi di Società a partecipazione pubblica: un caso

L’Anac interviene sulla materia delle inconferibilità della carica di Amministratore di una Società a partecipazione pubblica con la Delibera n.

Enti Locali: procedure per il riequilibrio finanziario e novità 2017

Negli ultimi anni la legislazione ha cercato di risolvere le crisi economico-finanziarie degli Enti Locali favorendo un percorso di risanamento